![]() Il più antico rappresentante della Gens Roscia, storicamente accertato, è Lucius ROSCIUS, ambasciatore romano. Morì nell'anno 438 a.C., sotto i tribuni militari con potestà militare Lucio Quinzio (figlio di Cincinnato), Mamerco Emilio e Lucio Giulio.Roma in quel periodo storico era una potenza di media portata: non rappresentava certo quella Città che , capitale di un Impero, avrebbe regnato sul Mediterraneo e sull'Europa. Era una delle tante città latine che avevano problemi con le viciniore città sia etrusche che ,come lei, latine . Erano i primi tempi della campagna militare, si può dire eterna, che Roma stava conducendo per la lotta e la supremazia nell'Italia centrale. Da pochi anni Roma aveva terminato e vinto una dura guerra contro le città latine, una delle sue prime vere guerre, che aveva portato il di predominio romano sulla zona laziale ad essa confinante dopo la battaglia dl lago Regillo del 499 a.C. culminato nel famoso Foedus Cassianum in cui Roma e le città latine si univano in un vincolo di solidarietà: la Lega Latina. Questa nuova forza aveva altresì combattuto e vinto , pochi anni dopo, sia i Volsci che gli Equi, due popolazioni abbastanza simili, entrambe italiche di lingua osca e tutte e due estremamente combattive. Una guerra non facile, molto dura anzi, che aveva fatto vivere momenti di grande apprensione ai romani. E' questo il periodo di Coriolano e Cincinnato,il periodo delle lotte tra patrizi e plebei, il momento del ricompattamento sociale. Roma era una città ancora lontana dal mare, ancora legata ai suoi miti silvestri, una città permeata dei suoi Giove e Marte, dei suoi aruspici, una città in cui ogni ruscello aveva le sue ninfe, ogni alba i suoi misteri, ogni paterfamilias i suoi Mani. Era un periodo di relativa pace quello in cui visse Lucius Roscius della gente Roscia. Roma aveva da circa dieci, quindici anni cessato di combattere: l'ultima guerra era stata quella portata contro gli etruschi di Veio ed era terminata in parità: nell'anno 475 a.C., dopo che i Fabi avevano combattuto la personalissima guerra contro i veienti ed erano stati sgominati sul fiume Cremera. In questo periodo storico il nostro trovò la morte: Fu ucciso insieme a Caio Fulcinio, Clelio Tullo e Spurio Anzio durante una loro missione presso Fidene, città sabina da sempre alleata di Roma sulla riva sinistra del Tevere (oggi Castel Giubileo) che a tradimento aveva deciso di appoggiare la rivale di Roma, l'etrusca Veio (Cfr. Tito Livio, Storia dalla fondazione di Roma, IV, 17). Gli ambasciatori romani erano andati presso i Fidenati per conoscere il motivo di quella inaudita decisione ("Causam novi consilii quaerentes") ma il Re di Fidenae, Tolumnio, ne ordinò l'immediato massacro. Taluni sostengono, a difesa del Re sabino, che siccome egli stava giocando a dama mentre i fidenati recavano da lui gli ambasciatori, egli avesse in quel preciso istante, detto la parola latina "occido" che vuol dire " mangio" ma pure " uccido". Fatto è che i quattro legati romani vennero uccisi. Secondo Livio è più probabile che con questo atto il Re avesse voluto tenere il suo popolo a sè vicino come obbligato. Difatti molti incominciavano a dubitare della sua magnificenza reale e allora il re sabino avrebbe scatenato una guerra contro i Romani per ricompattare il popolo sotto la sua guida. In ricordo degli ambasciatori romani uccisi a Fidene vennero installate delle statue nei Rostri : "Legatorum qui Fidenis caesi erant statuae publice in Rostris positae sunt" (in verità occorre precisare che i Rostri furono eretti 100 anni dopo con la vittoria navale sugli Anziati, nel 338 a.C., ma il sito doveva essere quello). In seguito alla morte degli ambasciatori Roma dichiarò guerra a Fidene che fu assediata e conquistata nel 426 a.C. Il merito delle operazioni va al tribuno militare Aulo Cornelio Cnosso il quale durante la battaglia decisiva contro le milizie etrusco-sabine , vedendo che le truppe romane erano in rotta davanti al nemico superiore per numero e notando come il Re nemico Tolumnio si aggirasse tronfio tra le spoglie dei romani caduti, a voce alta disse "E' costui quello che infranse il patto stretto fra gli uomini e che violò il diritto delle genti? Ebbene se gli Dei vogliono che sulla terra ci sia ancora qualcosa di sacro, ebbene io l'offrirò come vittima ai Mani degli ambasciatori" (Hicine est riptor foederis humani violatorque gentium iuris? Iam ego hanc mactatam victimama, si modo sacti quicquam in terris esse di volunt, legatorum manibus dato). Il tribuno allora caricò da solo e si scagliò lancia in resta contro i nemici : raggiunse Tolumnio lo colpì, lo disarcionò e lo uccise; quindi, mostrando le armi strappate al nemico esanime ed il suo capo conficcato sull'asta, incitò i suoi legionari a reagire . I Romani allora sbaragliarano i nemici atterriti dall'uccisione del proprio Re.e furono repressi . Cnosso tornò in Roma in trionfo ( triumphe) recando con sè le spoglie opime del Re ucciso e, mentre in suo onore i soldati intonavano i classici rozzi canti di vittoria per il proprio conduttore , paragonandolo a Romolo, con una solenne consacrazione, egli appese in dono quelle spoglie nel Tempio di Giove Feretrio, sulle spoglie di Romolo, le prime, e fino ad allora, le uniche ad essere chiamate opime.
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